L’America volta pagina, l’Italia invece…
Vedere immortalati da un unico obiettivo, uno accanto all’altro, l’ex presidente George W. Bush e l’attuale inquilino della Casa Bianca Barak Obama è certamente un evento di quelli capaci di accaparrarsi le prime pagine di tutti i giornali del pianeta. Ma non solo.
L’America ha deciso di celebrare così il decennale di quel tragico 11 settembre 2001 in cui le twin towers, i due inarrivabili pilastri del cielo, simbolo della potenza e del progresso di un’intera nazione, si sono sbriciolate trascinando con sé, in una nuvola di polvere grigia e densa, le certezze di un popolo che aveva costruito la prima economia al mondo sulle fondamenta della propria invulnerabilità.
Bush e Obama, passato e presente. Il primo alla guida del Governo nel 2001, quando il mondo cambiò per sempre. Il secondo, unico presidente di colore nella storia americana, che oggi ha preso il suo posto, con l’arduo compito di ricucire una ferita profonda, non tanto nel tessuto urbanistico di una città, colpita nel suo cuore pulsante, quanto nella storia, che da quel giorno ha subito una virata senza precedenti. Due concezioni profondamente diverse della politica che si intrecciano in un evento sospeso tra ricordo e speranza, in un quadro nazionale ed internazionale in bilico tra il bisogno di reinterpretare il ruolo di colosso mondiale dell’America in vista delle nuove sfide economiche e diplomatiche, e le resistenze alle costose riforme in senso egualitario volute da Obama.
Ancora una volta quindi gli States danno una lezione al mondo, una lezione che a scorrere le pagine dei giornali telematici non tutti sembrano aver colto nel suo significato più profondo. L’America che ha reso omaggio alle quasi tremila vittime è oggi una nazione unita, perché tale si scoprì quando nel 2001 reagì compatta ad un attacco la cui crudeltà e spettacolarità aveva polverizzato persino la fervida cretatività dei registi holliwoodiani.
Qualcuno immagina quale sarebbe stata invece la reazione se un evento del genere fosse accaduto in Italia? Se ad essere colpita fosse stata la torre di Pisa o quella degli Asinelli a Bologna o ancora il Pirellone di Milano? Con uno sforzo nemmeno troppo grande di fantasia è logico pensare che l’opposizione avrebbe chiesto le dimissioni del Governo (ci sta sempre bene), il Papa avrebbe tuonato contro la violenza e la CGIL avrebbe promosso un sempreverde sciopero generale. E poi via, fiumi di inchiostro per appagre il presenzialismo di mille politici, grandi e piccoli, stipendiati per chiacchierare a vuoto, uomini e donne dei quali siamo stanchi da sempre, ma che qualcuno trova costantemente il modo per rifilarci nostro malgrado.
E allora ci si rende conto che ciò che l’America ha capito in 10 anni, noi non lo abbiamo imparato neanche in 150, quel secolo e mezzo di unità nazionale che oggi si celebra, con il coltello in mano in un clima, politico s’intende, di guerra totale. D’altra parte si sa che il progresso morale è cosa ben più seria di quello materiale. E amaramente rido immaginando che se nel 1861 qualcuno avesse intuito come sarebbe andata a finire, quel tal Garibaldi, insieme ai suoi mille, forse non si sarebbe dato tanto disturbo.
