Sì ai linciaggi mediatici, ma solo se targati M5S

Sì ai linciaggi mediatici, ma solo se targati M5S

In questi giorni in cui si fa un gran parlare del caso Raggi e del presunto accanimento mediatico forse vale la pena ricordare che in tema di processi sommari, condanne via social e linciaggi mediatici il MoVimento 5 Stelle ha molto da insegnare a tutti, giornalisti compresi.

La recente storia del M5S è infatti costellata di decine di casi di questo genere, il più celebre dei quali è probabilmente quello di ilaria Capua, nota virologa italiana, famosa in tutto il mondo per aver isolato il ceppo dell’aviaria ed eletta nel 2013 alla Camera dei Deputati con il Scelta Civica.

Il suo nome apparve infatti ad un certo punto, nell’aprile 2014 viene iscritta nel registro degli indagati per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, abuso di ufficio e traffico illecito di virus. L’accusa era quella di una presunta cessione illecita di stipiti virali ad aziende farmaceutiche per la produzione di vaccini veterinari e sfruttamento illecito dei diritti del brevetto DIVA con la costituzione di un cartello di industrie farmaceutiche veterinarie per il controllo di epidemie H7 nel pollame negli anni 1999-2006.

Un’accusa gravissima che la fece finire nel tritacarne mediatico orchestrato dai seguaci Grillo & Co., che pubblicavano post ufficiali nei quali chiedevano le sue dimissioni e davano per scontato che tutte le accuse a suo carico non potessero che essere vere. Un vero e proprio accanimento che aveva sfiorato il linciaggio e dal quale la Capua si è invece strenuamente difesa, convinta delle sue ragioni.

Risultato? Il processo si conclude nel luglio del 2016 con un’assoluzione, perché il fatto non sussiste, ma la sconvolgente esperienza del processo sommario via social la induce alle dimissioni da deputato e poi a lasciare l’Italia per andare a dirigere un centro di ricerca di eccellenza in Florida, negli Stati Uniti.

Questo dovrebbe forse far riflettere su quanto i rappresentanti del M5S poco gradiscano di subire anche solo in parte il trattamento che loro soli hanno il diritto di riservare a quelli che ritengono colpevoli (ancor prima delle sentenze). E forse varrebbe anche la pena ragionare sull’ipotesi folle di un mondo senza libera stampa, in cui l’informazione venga lasciata nelle mani degli stessi che sputano sentenze sul web, capaci di trasformare un’eccellente scienziata in un trafficante di virus con un semplice click.

E se al posto di Ilaria Capua domani ci fosse uno di noi?